Come una sorella di Gong Ji Young

“…In un certo modo la mia è stata l’infanzia di una tipica bambina coreana: una bambina che, ben lontana dall’essere al centro dell’attenzione dei genitori, cresceva praticamente per conto suo. Avevo bei vestiti di merletto e deliziosi nastrini rosa che mia madre ordinava appositamente in un negozio di cose fatte a mano e per merenda mangiavo dolci acquisiti in una pasticceria. Ma non per questo ero diversa da quei bambini scatenati che giocavano per la strada davanti a casa mia. L’unica differenza tra me e loro consisteva nel fatto che le loro mamme erano costrette ad andare ogni giorno a lavorare al mercato per crescere la famiglia, mentre mia madre andava ogni giorno al mercato per fare la spesa, dal momento che non aveva bisogno di lavorare per allevarci…”

Ci sono diversi passaggi in questo romanzo che rendono bene il concetto che contiene, ma questo in modo particolare mi è rimasto impresso perché in poche righe descrive tutto. A partire dalla posizione della donna all’interno della famiglia e della società e la stratificazione sociale della Corea del Sud in periodo storico di grande crescita, gli anni ’60, ma nello stesso tempo di chiusura, di oppressione. Erano gli anni che seguivano quelli della distruzione di un paese, sia geograficamente che moralmente, che economicamente. Gli anni della salita al potere di Park Chung Hee, forse la figura più controversa della storia moderna e contemporanea coreana, con i suoi propositi di crescita e sviluppo, ma anche di censura, repressione e coprifuoco. E mentre l’economia cresceva, in modo non stabile essendo plasmata dai giochi della politica, il divario tra le classi sociali era fortissimo e se nelle città il benessere cresceva tra le classi più alte, i poveri si ritrovarono ad essere sempre più poveri e convivevano in una società tutt’altro che equilibrata. Periodo che si trascinerà, tra repressione e rivolte, pur con poteri differenti, fino alla fine degli anni ’80.
Questo è il contesto storico in cui si sviluppa questo romanzo, che non è direttamente autobiografico, ma che prende spunto, a detta dell’autrice stessa, da qualcosa a lei familiare, che nata nel 1963 ha vissuto prima come figlia e poi come donna, studentessa e attivista gli anni più turbolenti.
Ho provato diverse emozioni leggendolo, dalla frustrazione alla commozione passando per la rabbia, quindi credo che l’autrice, in questo, sia riuscita nel suo intento.
Restituisce al lettore una serie di riflessioni grandi sul ruolo della donna, sulla differenza tra classi, sulle tacite, ma rigidissime, regole comportamentali e di costume che la società imponeva.
Riflessioni decisamente più grandi di Jjang che a modo suo ci racconta la storia di Bongsoon che cerca disperatamente di trovare il suo posto nel mondo, un qualche senso di appartenenza che possa giustificare la sua stessa esistenza.
Orfana, viene accolta come una figlia dalla famiglia di Jiang quando ancora quest’ultima era appena nata e la famiglia arrancava per sopravvivere vivendo di riso e speranza. Come una figlia sì, ma i confini di questo ruolo si fanno sempre più labili e si confondono con quelli della collaboratrice domestica, mano che la famiglia accresce la propria fortuna. Più il benessere cresceva, più Bongsoon prendeva coscienza del suo posto e più sentiva la necessità di trovare la sua strada e l’affetto che potesse darle una famiglia sua. Il legame tra Jjang e Bongsoon è forte, ma quanto e come si capirà veramente soltato finendo il libro.
Mi ha fatto male diverse volte leggere queste pagine, ho odiato alcuni personaggi permeati di un falso perbenismo detestabile davvero, ma che esprimevano bene l’intenzione dell’autrice.
Lo stile è molto scorrevole e ogni pagina va via liscia, a volte anche troppo. Non nego che avrei voluto un po’ più di contesto storico e sentire un po’ di più la mano dell’autrice, soprattutto conoscendo la sua storia di attivista, che invece ha preferito lasciare tutta la voce alla bambina, perdendo in questo modo un pochino di impatto. Ovviamente è una questione di gusto personale, ma probabilmente è il motivo per cui mi è sicuramente piaciuto, ma non mi ha completamente rapito il cuore.

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