12.12: The Day. Il film che racconta la primavera rubata di Seoul.

Kim Sung Soo, Il regista di 12.12: The Day, ha capito che Hwang Jung Min fosse l’attore giusto per interpretare Chun Doo Hwan guardandolo a teatro nei panni del Riccardo III di Shakespeare e forse si potrebbe anche racchiudere tutto qui senza aggiungere altro. Lo ha raccontato lo stesso Hwang Jung Min e mi sembra perfettamente sensato non solo per la spregiudicata ambizione che lega le due figure, ma per il modo in cui l’attore è riuscito a metterla in scena.

Quando sono partiti i titoli di coda del film ho immediatamente capito che avrei ripensato ad ogni frame di questo film per molto tempo. Sicuramente la mia costante ricerca su quei decenni di storia coreana contribuisce, ma mi ha colpita l’attenta ricostruzione e il modo in cui Hwang Jung Min abbia vestito dei panni scomodi portando in scena un personaggio storico che ha segnato alcuni dei momenti più tragici della storia contemporanea coreana, trasformandosi sia fisicamente che nelle movenze con una maestria eccezionale. Lo ha fatto spogliando il personaggio dal fascino del potere, ma anzi mettendo al centro l’ego spropositato e feroce di Chun Doo Hwan.

Ma diamo un contesto.

Il titolo “12.12: The Day” è diverso da quello originale e certamente questo titolo per la distribuzione occidentale descrive bene di cosa si stia parlando, ma per me il titolo coreano racchiude l’essenza di quel periodo. Il titolo originale è 서울의 봄 (la primavera di Seoul) ed è il termine specifico con cui viene ricordato il periodo che va dalla fine di ottobre 1979 a maggio 1980.

Anche cronologicamente questo termine ha un senso ben preciso, perché se è vero che nel 1975 il governo di Park Chung Hee è stato rinominato da un poema letto ad una folla di manifestanti contrari al regime, come “Winter Republic”, urlando la frustrazione di una nazione schiacciata sotto il peso degli stivali dei militari e sprofondata in un gelido inverno, è vero anche che la nuova era, che quella stessa nazione si era illusa di conquistare dopo la morte di Park Chung Hee, era la sua primavera; una primavera finita sul nascere.

È proprio un paragrafo di questo capitolo di storia che il film vuole raccontare aprendo all’indomani dell’evento scatenante e terminando con il colpo di stato che ha portato Chun Doo Hwan al potere.

Il 26 ottobre 1979 l’assassinio di Park Chung Hee mette fine alla Terza Repubblica e a 18 anni di regime. Uno di quegli avvenimenti per cui chiunque in Corea si ricorda dove fosse e cosa stesse facendo quando è stata data la notizia.

A sparare, durante una cena alla Casa Blu, è Kim Jae Gyu suo fidato uomo a capo della KCIA.

Gli ultimi anni del governo Park sono stati piuttosto complicati, le forze politiche interne ed esterne (gli Stati Uniti) consideravano il presidente ormai fuori controllo già dalla promulgazione della Yushin nel 1972, la nuova costituzione che gli dava di fatto potere illimitato, abolendo il limite dei mandati e sospendendo l’elezione diretta del presidente dando invece in mano la scelta al consiglio nazionale per la riunificazione che, però, era sotto il controllo di Park, quindi assolutamente manipolata come manipolata era la nomina dei membri dell’assemblea nazionale.

La repressione a questo punto si fa sempre più forte e l’opposizione sempre più rumorosa come il dissenso da parte del popolo. Lo stesso Kim Jae Gyu affermerà in tribunale che Park era ormai ossessionato dal controllo e che lo abbia ucciso perché riteneva di non aver altro modo per prevenire una rivoluzione e per fermare un governo ormai troppo dittatoriale, ma una buona parte di verità è che agli occhi del presidente, ormai, Kim stava perdendo potere mentre altre figure stavano prendendo campo nei giochi politici. Verrà processato e condannato a morte.

A questo punto è facile intuire che subito dopo l’assassinio del presidente gli equilibri si siano fatti ancora più instabili e che le carte in gioco hanno iniziato a mescolarsi.

Dal punto di vista del popolo invece questo momento ha riacceso il desiderio di conquista della democrazia in tutti i settori della società.

Minatori e operai del settore tessile in crisi chiedono di abolire la yushin e di riformare leggi che regolamentino il lavoro. Gli studenti si uniscono alle manifestazioni e chiedono le dimissioni dei professori vicini al regime mentre i giornalisti chiedono a gran voce la libertà di stampa. Insomma, si apre un’opportunità per una nuova era spingendo per una riforma politica veloce e chiara.

L’allora primo ministro Choe Gyu Ha viene eletto presidente ad interim, ma sempre in conformità con la costituzione yushin e la notizia che il nuovo presidente ufficiale sarebbe stato comunque eletto secondo la costituzione ancora vigente, riaccende gli animi dei manifestanti che invece chiedevano elezioni dirette.

È il caso di iniziare a parlare di uno dei protagonisti di questa vicenda e del film, colui che ha reso la primavera di Seoul solo un miraggio: Chun Doo Hwan.

Nato nel 1931 in una famiglia povera cresce con un futuro che in quel periodo era quasi segnato per chi viveva in situazioni di indigenza: arruolarsi nell’esercito. Quando Park sale al potere, con un colpo di stato nel 1961, Chun si pone al suo fianco sostenendolo e procedendo anche con la sua personale scalata al potere diventando generale e poi alla morte del presidente Park prendendo il comando della sicurezza con l’incarico di portare avanti le indagini sull’assassinio. Quello che lo muove, però, è l’ambizione e usa il suo incarico per alimentarla.

Da anni, infatti, era a capo della Hanahoe un gruppo non ufficiale, una società segreta composta da ufficiali dell’esercito tenuti fuori dall’élite e frenati nell’avanzamento di carriera. L’origine di questo gruppo viene fatta risalire addirittura al 1958 dalla triade Chun Doo Hwa, Rho Tae Woo (che diventerà il suo braccio destro ed erede) e Chung Ho Yong. Questo gruppo avrà un ruolo fondamentale nei risvolti della storia perché proprio da qui partirà l’organizzazione del colpo di stato che viene raccontato nel film.

L’altro lato dello schieramento politico, ovvero colui che intralciava la strada a Chun era capitanata da Jeong Seung Hwa, il capo di stato maggiore (interpretato da Lee Sung Min).

Chun Doo Hwan, a capo delle indagini e con il sostegno dei suoi fidati ufficiali, insinua nel governo il sospetto che anche il generale Jeong fosse coinvolto nell’ assassionio di Park Chung Hee, lo fa arrestare e guida il colpo di stato avvenuto la notte del 12 dicembre 1979 contrastato nel film da una figura un po’ più romanzata come quella di Lee Tae Shin ispirata al maggior Jang Tae Wan e interpretato da Jung Woo Sung.

Ecco perché il titolo del film “12.12: The Day”.

Chun riesce nell’intento e il film si conclude con il momento esatto in cui capisce di avere il potere in mano e la strada spianata verso il comando. Ancora una volta le speranze del popolo coreano di conquistare la democrazia vengono spente da un governo militare.

I carri armati il giorno del colpo di stato
12 dicembre 1979

In quel momento di transizione e di forti incertezze nessuno è in grado di contenere Chun Doo Hwan, tanto meno di contrastarlo.

Nonostante le accese rivolte per difenderla, la primavera di Seoul tramonterà definitivamente nel maggio 1980 con l’ennesima legge marziale e il massacro di Gwangju. Chun verrà eletto presidente ad agosto da un collegio elettorale da lui controllato e la speranza di elezioni democratiche si spegnerà fino al 1987.

12.12:The Day è il primo film che tratta questo episodio nel dettaglio, ci sono state altre pellicole (come The President’s Last Bang, The Man Standing Next e A Taxi Driver per citarne alcuni) che hanno raccontato il prima e il dopo.

Si basa interamente sulla preparazione e sull’esecuzione del colpo di stato e ha avuto un grande impatto sul pubblico, anche grazie alle interpretazioni magistrali, soprattutto di Hwang Jung Min nei panni del generale Chun Doo Hwan.

I nomi sono stati leggermente modificati per questioni legali, ma è ben chiaro cosa e chi si vuole rappresentare.

Dati statistici hanno mostrato che il film ha riacceso l’interesse di ragazzi sotto i trent’anni, lontani dal ricordo di quella storia, esattamente come fece “A Taxi Driver” con il massacro di Gwangju.

Entrambi hanno avuto un grosso impatto sociale. Credo che la grande forza sia un linguaggio cinematografico che non banalizza o semplifica la storia, ma nello stesso tempo parla a tanti, anche a chi non l’ha vissuto personalmente o non è uno storico o un esperto.

Tanto per darvi una misura è il sesto film coreano con più incasso di tutti i tempi.

Un film dai ritmi serratissimi, che sicuramente accentua l’aspetto drammatico per necessità cinematografiche, ma che riesce in modo piuttosto efficace a snocciolare gli avvenimenti di un mese e poco più di storia coreana in cui sono concentrate tutte le incertezze, le speranze infrante, le contraddizioni e i giochi politici di quel periodo.

Il film si chiude con un’immagine storica, ovvero la fotografia scattata davanti al commando della sicurezza militare il 14 dicembre 1979, due giorni dopo il colpo di stato al nuovo regime che distruggerà quella primavera.

Vi metto di seguito la vera immagine.

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