il regista, l’attrice e il despota cinefilo

Sapevo che la storia di oggi mi avrebbe dato filo da torcere sia per la quantità di informazioni che per la lunghezza. Spero di riuscire a contenere il necessario in questo spazio e vi invito, come sempre, ad approfondire voi stessi la questione sperando di incuriosirvi. Nonostante la preoccupazione, è da parecchio tempo che penso di parlarvi di quella che è stata una delle storie più assurde, con il rapimento più incredibile della Corea del ‘900, anzi delle Coree perché oggi parliamo del più importante regista sud coreano tra gli anni ’50 e ’60 Shin Sang Ok, la più grande tra le attrici di quel periodo, nonché  sua moglie, Choi Eung Hee e di come Kim Jong Il li abbia fatti rapire e portati al nord per mettere in atto il suo grande progetto di allargare il business cinematografico nord coreano.

Se non conoscete già questa storia, credo di riuscire ad immaginare le vostre espressioni tra lo stupore e l’incredulità, ma vi assicuro che non è la sceneggiatura di un film, è la realtà o almeno la realtà che è stata raccontata e riportata dai protagonisti e che ancora oggi ha molte zone d’ombra e quesiti ai quali forse non potremo rispondere mai completamente.

Negli anni in cui Shin Sang Ok e Choi Eung Hee brillavano nel mondo cinematografico sudcoreano, al nord era ancora presidente Kim Il Sung, ma suo figlio ed erede Kim Jong Il era a capo del dipartimento di propaganda, direttore della divisione per l’arte e il cinema e già con un piede al comando del paese. 

È risaputo sia stato un grandissimo appassionato di cinema, ma era a dir poco ossessionato dalla volontà di espandere ed esportare il cinema nordcoreano in tutti il mondo, piano piuttosto ambizioso per un cinema con mezzi e risorse limitate e soprattutto col solo intento di indottrinare il pubblico all’ideologia Juche esaltando la magnificenza del grande leader. In effetti questo era un gran tormento per Kim Jong Il che iniziava a stancarsi delle produzioni cinematografiche, le riteneva ormai poco interessanti, ripetitive e prevedibili. La trama era praticamente unica per ogni pellicola: un protagonista coraggioso e instancabile lavoratore devoto, che si sacrifica per il grande leader che protegge il bene della comunità.

Al sud nel frattempo, con Park Chung Hee alla guida, iniziava la corsa al futuro e allo sviluppo dopo il conto salatissimo della prima metà del ‘900, c’era stanchezza e sconforto e probabilmente, almeno inizialmente, questo ha contribuito al grande successo dei film di Shim Sang Ok. Viveva per il cinema era brillante e innovativo, fu il primo regista coreano a girare un intero film in presa diretta ed utilizzare tecnologie come il Technicolor e il primo a cercare coproduzioni all’estero. In più costruiva grandi storie senza fare lavori particolarmente politici rendendoli quindi accessibili a tutti, soprattutto in un momento in cui le persone sentivano il bisogno di evadere dai ricordi ancora troppo recenti della guerra. Altro elemento che aiutò il successo di questo grande regista fu la costante presenza nei suoi film di Choi Eung Hee, una vera divinità. Attrice di straordinario talento e bellezza disarmante che, in una società prettamente patriarcale e conservatrice divenne un faro per le aspiranti attrici, ma anche per tutte le donne. Era l’immagine della donna moderna e indipendente, si è costruita la sua carriera completamente da sola, tra le prime donne a ritrovarsi anche dietro la macchina da presa e curava la sua famiglia con suo marito, sfidando una mentalità estremizzante che la vedeva o come peccatrice o come santa. 

Tra i due era lei quella già affermata e famosissima, ma aveva anche un divorzio alle spalle che fece parecchio rumore, perché lasciò un marito violento e molto più anziano di lei, per un giovane regista esordiente, Shin Sang Ok appunto.

Mentre lui ha un passato abbastanza tranquillo in una una famiglia benestante che gli permette di studiare nelle migliori scuole, lei dietro il successo si porta molto dolore. Scappa di casa a diciassette anni perché il padre era fortemente contrario a farla recitare, in quanto le attrici erano considerate delle poco di buono. 

Cerca di sopravvivere e la sua occasione si presenta in un rifugio antiaereo in cui si ritrova accanto ad un’attrice, Moon Jun Bok, che diventa l’ancora alla quale si aggrappa per risalire. Inizia a lavorare nella sua compagnia di attori inizialmente nella sartoria, ma il suo talento è evidente e poco dopo esordisce con una piccola parte in un film. Due anni dopo è già un’attrice fatta, formata e affermata. 

Si sposa con un direttore della fotografia, Kim Han Sung, che trasforma la sua vita in un inferno; è violento e reprime ogni sua volontà. A peggiorare la sua condizione arriva la Guerra di Corea nel 1950 e Choi Eung Hee viene ingaggiata insieme ad altri attori per intrattenere le truppe al nord, riescono a fuggire un anno dopo, ma la sorte al sud non sarà più clemente con lei. Considerata una di facili costumi e per giunta una traditrice per aver lavorato al nord, viene stuprata da un agente di polizia. 

Finita la guerra, si deve preoccupare di lavorare anche per mantenere le cure del marito ferito, portandosi dentro tutto il dolore per la violenza subita senza poter dire una parola. 

l’unica cosa che la mantiene viva è la recitazione, pur guadagnando poco vista la condizione della Corea del Sud subito dopo la guerra.

Il suo volto è su tutte le riviste del tempo e un giovane regista che fino a poco prima si occupava di documentari e cinegiornali per il dipartimento di propaganda, vede in lei la musa capace di ispirare la sua arte. Decide che deve provare a convincerla ad interpretare un suo film. 

Alla fine del 1953 lei è sul palcoscenico di una teatro di Daegu, una delle poche città scampate alla distruzione totale della guerra perché era zona di amministrazione Onu. Shin si presenta al teatro e accade qualcosa che sembra davvero la scena di un film. Lei sviene sul palco e lui si precipita a soccorrerla, la solleva e la porta all’ospedale più vicino. Questo è stato l’inizio della loro carriera assieme e della loro storia d’amore. 

Choi Eung Hee trova la forza di divorziare e si sposa con Shin Sang Ok. Nonostante lo scandalo che ovviamente attraversa tutto il paese tramite i giornali, diventano la coppia d’oro della Corea del Sud.

Lui crea un film di successo dietro l’altro con influenze anche dal cinema di Rossellini, del tutto inedito in Corea e lei con le sue interpretazioni cattura il cuore della critica e del pubblico. Il film che sancisce completamente il loro successo è “Seong Chunhyang”, uno storico che racconta le vicende della figlia di una gisaeng, è del 1961 e se volete vederlo lo trovate su Youtube.

Appena salito al potere Park Chung Hee, vincono l’Asian Pacific Film Festival con “The houseguest and my mother” (che trovate anche questo su YouTube). 

È la prima volta che un film coreano vince un concorso internazionale e il presidente organizza nella sua residenza un serata di gala in cui sono le star indiscusse.

Inizia per loro un decennio costellato di fama e successi, in cui nascono case di produzione, scuole di recitazione, cinema e teatri. Insomma dominano l’industria cinematografica e non solo, adottano due bambini e diventano la famiglia modello.

Col passare degli anni però le regolamentazioni del governo sulla produzione e la distribuzione  dei film diventano sempre più restrittive, la censura si fa più dura e la repressione delle forme espressive cresce. 

L’impero di Shin inizia a sgretolarsi, subentrano i primi problemi economici e anche in famiglia i problemi iniziano a ingigantirsi. Choi Eung Hee sa di qualche tradimento del marito al quale non vuole dare peso, quando però la storia con una giovanissima attrice, Oh Su Mi, dalla quale nasce un figlio, diventa di dominio pubblico, lei non riesce più a sopportare e pone fine al matrimonio. 

I problemi economici crescono ancora e nel 1974 il governo coreano decide di porre fine alla sua attività e di bloccare ogni sua produzione. È proprio in questo periodo che, a quanto pare, Kim Jong Il inizia a nasare l’odore dell’opportunità di portare al nord il più famoso regista coreano del suo tempo e rivoluzionare il suo cinema.

Nel 1978 Choi Eung Hee viene contatta per un incontro con un produttore ad Hong Kong che vorrebbe ingaggiarla, l’attrice parte e sparisce nel nulla, lasciando tutte le sue cose nella stanza d’albergo. Dal racconto che lei stessa farà, chi l’ha contattata erano degli agenti segreti del nord che l’anno stordita, incappucciata e portata via a bordo di una nave. Quando riprenderà i sensi sarà già in acque nordcoreane. La notizia ovviamente dilaga e occupa tutte le prime pagine dei giornali, ma l’attrice sembra sia stata inghiottita da un buco nero, nessuno riesce a ricollegare le situazioni e le persone coinvolte nella sua sparizione.

Choi Eun Hee racconterà che arrivati a Nampo Harbor era stordita, circondata da fotografi e quando una mano prese la sua, sentì una voce dire:”benvenuta io sono Kim Jong Il”. 

Viene portata in una casa indipendente ed isolata e sistemata come ospite. Era sola in Corea del Nord, confusa e impaurita, quindi seguiva quello che le veniva chiesto di fare senza resistenza, anche quando Kim Jong Il ha espresso la volontà di farla lavorare nelle sue produzioni cinematografiche.

Nei mesi a seguire Shin Sang Ok e la famiglia cercano di ricostruire i fatti ripercorrendo le tappe dell’attrice, setacciarono l’intera Hong Kong senza trovare il minimo segno, l’unico appiglio era un nome, Lee Sang Hee, ovvero la donna che presumibilmente avrebbe dovuto portare Choi Eung Hee da questo produttore. Trovano nell’alloggio di questa persona un biglietto di una compagnia aerea nordcoreana e una sceneggiatura. Questo fa nascere i primi dubbi di un possibile rapimento. Il regista inizia ad avere paura per la sorte della ex moglie e anche per lui stesso, si confida e chiede aiuto ad un suo amico e collaboratore che si dimostra interessato e disponibile, ma quello stesso amico si rivelerà essere un agente del nord.

Improvvisamente anche il regista scompare. Passano i giorni e ovviamente questa è la notizia principale in quel periodo, nascono però anche i primi dubbi e le speculazioni. C’è chi lo avvista sulle spiagge di Busan, chi lo da per morto per mano del KCIA e qualcuno si chiede se non sia semplicemente scappato per sua volontà. 

Anche il regista racconterà di essersi svegliato su una barca in acque nordcoreane e che viene portato inizialmente in un centro di detenzione dal quale cercherà di fuggire più volte prolungando così la sua permanenza in cella e non riuscendo ad avere notizie della ex moglie. 

Shin Sang ok fa più resistenza rispetto a Choi Eun Hee e quindi con lui il controllo è più duro. Portato allo sfinimento, capisce che deve cedere se vuole sopravvivere e inizia a seguire le direttive facendo comunicare a Kim Jong Il di aver compreso la situazione e che seguirà la strada scelta per lui. Sono passati 4 anni dal rapimento quando viene rilasciato e ricongiunto a Choi Eung Hee.

Inizia così la loro carriera cinematografica in Corea del Nord, nella quale faranno molti film, introdurranno novità nelle trame ormai scontante del nord, come piccole storie d’amore prima di allora impensabili e personaggi con una caratterizzazione più accurata e personale. In questo Kim Jong Il, che voleva arrivare all’occidente con le sue produzioni, gli lascia abbastanza libertà. Vinceranno diversi premi internazionali, come quello di migliore attrice per il film “Salt” al festival del cinema di Mosca. In questi anni si risposeranno ritornando a brillare. 

Il controllo psicologico inizia a fare presa e loro vivono in questo limbo tra la gratificazione per il loro lavoro e l’impossibilità di contraddire un ruolo che stavano recitando anche nella vita reale e al quale forse a volte si stavano anche abituando.

Da alcune registrazioni che sono riusciti a portare fuori dai confini, si sente chiaramente l’ordine di dichiarare a chiunque la loro volontà di rimanere in Corea del Nord perché al Sud non esisteva libertà e possibilità di espressione. Questo è esattamente quello che emerge dalle varie interviste che rilasciano in quegli anni anche nelle varie apparizioni internazionali, dichiarazioni che rafforzano il pensiero collettivo in Corea del Sud che siano scappati per loro volontà diventando dei disertori.

La realtà che loro racconteranno dopo, è che più volte provarono a pianificare la fuga, ma solo riuscendo a conquistare la fiducia del regime sarebbero riusciti a metterla in atto e per questo si dovevano dimostrare compiacenti e così giustificano anche il loro tono amichevole nelle registrazioni (che potete ascoltare all’interno di un documentario “The lovers and the despot”)

Durante uno dei viaggi in Europa per gli eventi internazionali, ovviamente sempre seguiti da agenti che controllavano i loro spostamenti, riescono a consegnare segretamente una lettera e un nastro ad un critico cinematografico, chiedendo di farlo avere alla loro famiglia. Questo materiale viene consegnato al governo sudcoreano, ma nonostante il contenuto, i dubbi non vengono dissipati, la loro reputazione è ormai troppo compromessa al sud, dove sono visti come dei traditori.

Nel 1986 durante la Berlinale, dopo aver progettato a lungo un piano, riescono con il pretesto di dover parlare con un produttore ad ingannare la sicurezza, scappano riuscendo con non poche difficoltà a raggiungere il consolato americano al quale chiedono aiuto. 

Così sembra finire, almeno in parte, il loro incubo. Sì, in parte perché pur avendo una registrazione in cui la voce di Kim Jong Il ammette di averli rapiti e contratta con loro, all’epoca nessuno al mondo aveva mai sentito la voce di Kim Jong Il, quindi confermare la versione era difficile e il loro atteggiamento degli anni precedenti non giocava a loro favore. 

Riescono comunque ad avere asilo negli Stati Uniti, in cui provarono a rifarsi una vita senza però riuscire a ripristinare la propria reputazione. 

Solo nel 1999 riescono a rientrare in Corea del Sud e senza gloria ad attenderli. Rimango insieme fino alla morte di Shin Sang Ok nel 2006 e Choi Eun Hee lo seguirà nel 2018.

Finisce così, tra verità e dubbi che forse non riusciremo mai a risolvere del tutto, la storia del regista e della divina attrice che tennero la cinematografia coreana del sud e del nord tra le mani.

Per concludere vi consiglio oltre ai film citati, di recuperare il documentario di Robert Cannon che si intitola “The lovers and the despot” girato nel 2016 e in cui si raccolgono varie testimonianze e il libro di Paul Fischer “A Kim Jong Il Production” per approfondire maggiormente questo mio già infinito articolo.

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