IL CASO DEL SERIAL KILLER DI HWASEONG

Ho pensato e ripensato tante volte se scrivere questo articolo per l’appuntamento del venerdì su Instagram di #hyangaksouldivenerdì e ammetto di essere stata sul punto di mollare e cambiare argomento più di una volta. Il motivo è molto semplice, questo è un caso famosissimo, su cui moltissime voci hanno già parlato, mi sono chiesta, quindi, se anche la mia voce fosse davvero necessaria. Però poi la mia passione per il true crime ha avuto la meglio e soprattutto ho pensato che magari per qualcuno la fuori potesse essere comunque una storia nuova o marginalmente conosciuta.

Mi impegno, però, a dare una visione anche del contesto storico e su alcune variabili collaterali che hanno fatto prendere al caso strade diverse e inaspettate.

Facciamo un passo alla volta e inoltriamoci in quello che è storicamente il primo caso di omicidi seriali in Corea: IL CASO DEL SERIAL KILLER DI HWASEONG.

È stato non solo il primo, ma uno dei casi più atroci e peggio gestiti, per vari motivi che analizzeremo, della storia legale coreana, che dal 1986 al 1991 ha fatto 10 vittime di omicidio, che poi sono diventate 14 e 30 casi di stupro seriali che non hanno avuto un vero colpevole per più di 30 anni. Inoltre è il più grande caso giudiziario con circa 20.000 sospettati.

Complice di questo fallimento immane è il periodo storico, l’inadeguatezza, la corruzione e l’inesperienza, ma andiamo per gradi.

Dove collochiamo questo caso?

A Hwaseong, nella provincia di Gyeonggi che è la provincia il cui nome significa “l’area che circonda la capitale”, ospitando Seoul (che però ricordiamo essere una città a statuto speciale e quindi indipendente a livello amministrativo) e l’area più popolosa del paese.

Hwaseong si trova a non troppi km di distanza da Seoul, ma a differenza di quello che potreste pensare in seguito a questa descrizione, negli anni ’80 ( e in parte anche oggi) era una zona rurale, non troppo popolosa e anzi piuttosto tranquilla, scenario di una quotidianità regolare. Abitazioni modeste, campi infiniti preziosi per l’attività dominante che era l’agricoltura, distese di risaie, pochi mezzi di trasporto, le fermate degli autobus erano molto distanziate le une dalle altre e anche dalle abitazioni, tanto che i passeggeri una volta scesi dal bus, dovevano percorrere anche diversi metri prima di raggiungere le case e questo è un elemento fondamentale in questa storia, perché le vittime spesso venivano aggredite proprio nel tragitto dal bus a casa.

La polizia non ha molto da fare da queste parti, ma nel 1986 qualcosa distrugge questo piatto equilibrio. Una serie di stupri vengono denunciati e le vittime danno una descrizione che rivelerebbe un ragazzo magro, nei suoi 20 anni, altro poco più di 1,65 e con le mani particolarmente morbide, quest’ultimo è un dettaglio molto strano che ricorre in tutte le testimonianze.

Alla serie di aggressioni sessuali si aggiunge un omicidio il 15 settembre del 1986, quando una donna di 71 anni viene ritrovata in mezzo ai campi senza vita. Vittima di stupro, legata mani e piedi con i proprio indumenti e strangolata, trovata due giorni dopo la scomparsa rientrando da una visita alla figlia. La scena che la polizia e gli abitanti in preda al panico si trovano davanti è agghiacciante, ma nessuna traccia evidente viene riscontrata. 

La seconda vittima viene ritrovata ad ottobre in un canale, la modalità è la stessa.

Una terza vittima a dicembre, anche in questo caso stessa modalità, ma è evidente che i segni di violenza si stiano facendo più forti, perché iniziano ritrovamenti di oggetti utilizzati durante l’aggressione. 

A questo punto c’è da aggiungere un dettaglio, a novembre una donna denuncia di essere stata aggredita, ma di essere riuscita a salvarsi buttandosi nel fango. Fa una descrizione del suo aggressore come un ragazzo nei suoi 20 anni, magro, alto circa 1.65 e con le mai particolarmente morbide. Esattamente la stessa descrizione che la polizia aveva raccolto dalle vittime di violenza prima dell’inizio degli omicidi.

Le coincidenze iniziano ad essere troppe e la polizia inizia a pensare che la mano sia dello stesso omicida, anche se per avere un vero e dettagliato identikit dobbiamo aspettare il settimo omicidio.

La prima considerazione che dobbiamo fare è che negli anni ’80 in Corea il termine “omicidi seriali” non era per nulla familiare non solo ai civili, ma anche alle forze dell’ordine e non lo era nella capitale figuriamoci in una piccola area rurale come Hwaseong. Questo è uno dei motivo per cui la polizia impiegò così tanto a mettere insieme i pezzi e rendersi conto dell’unicità del caso.

Riescono però a trovare delle tracce da cui ricavare il DNA, ma c’è una seconda considerazione da fare. Le tecniche per la rilevazione all’epoca erano a dir poco rudimentali se non praticamente assenti, quindi i reperti dovevano essere spediti altrove, le attese erano lunghissime e i risultati spesso insoddisfacenti (come vedremo meglio dopo).

Intanto il tempo passa le vittime aumentano, siamo nel 1987 ed è ora che inseriamo un’altra variabile: la pressione governativa.  

Di quello che era la Corea del Sud degli anni ’80 abbiamo parlato molte volte e lo scenario in questa faccenda è quello che abbiamo imparato a conoscere.

Il paese e soprattutto la vicina Seoul è travolta dalle rivolte studentesche contro il regime di Chun Doo Hwan e il passaggio a Roh Tae Woo, lo spettro di Gwangju è ancora troppo vicino, la repressione è fortissima e le olimpiadi del 1988, che ospiteranno 159 stati, si avvicinano.

La richiesta del governo è una e una soltanto: risolvere il caso subito, perché i problemi sono già troppi e rumorosi e il paese deve dare l’impressione di avere la situazione sotto controllo, con ogni mezzo possibile.

Dopo diverse indagini e con altre testimonianze tra cui quella di un autista di bus in quella zona che in riferimento alla sera di uno degli omicidi da la stessa descrizione del ragazzo, si riesce a capire che l’omicida colpisce in una fascia oraria ben precisa tra le 19.00 e le 23.00, in un raggio di 6 km, solo nei giorni di pioggia e donne che indossano indumenti rossi. Partono una serie di tentativi per cercare di incastrarlo, ma tutto finisce con un buco nell’acqua, incredibilmente. L’assassino sembrava essere sempre un passo avanti o se vogliamo è il distretto di Hwaesong sempre un passo indietro per la scarsa esperienza e attenzione a conservare la scena del crimine.

Si arriva così al 1991, anno in cui improvvisamente si fermano gli omicidi e tutto sembra scoppiare un una bolla di sapone, con una pausa di un anno e qualche mese nel 1989. Questo è un elemento che dovete tenere a mente. 

Nel 1991 le prove non porteranno mai a nulla e nessuno viene catturato.

O forse no, perché in realtà qualcuno viene arrestato, ma non la persona giusta.

Nel settembre del 1988 viene trovata senza vita nella sua stanza, una ragazzina di 13 anni. Apparentemente si trovano tracce organiche, ma pur riscontrando diverse congruenze con gli altri delitti, la polizia non si persuade sia lo stesso modus operandi e quindi lo stesso killer, pensando sia un copycat, manda in laboratorio i reperti. 

I risultati rinvenuti su capelli ritrovati sulla scena, rivelano la presenza di una grande quantità di titanio che fa pensare ad un possibile operaio dei tanti cantieri che di recente stanno nascendo nella zona o qualcuno che vive vicino e dal liquido seminale si isola un gruppo sanguigno di tipo O a differenza del tipo B che fino a quel momento era risultato dalle altre scene del crimine. 

A questo punto la loro convinzione di un copycat prende valore e dopo una serie di indagini nel 1989 arrestano un ragazzo di 22 anni di nome Yoon Seung Yeo che due giorni dopo ammette, con una dichiarazione audio, di essere il colpevole. 

Yoon Seung Yeo è un giovane meccanico di macchine agricole, cresciuto nella povertà con la madre vedova e le due sorelle dalla salute cagionevole. Non ha nessuna istruzione e di certo non è pronto ad affrontare la bufera che lo sta travolgendo.

Ripeto, siamo negli anni ’80 sudcoreani e i metodi che venivano utilizzati per interrogare i sospettati di qualche crimine li conosciamo e sappiamo non essere esattamente ortodossi. 

Di confessioni estorte ne è piena la storia.

Il ragazzo viene incriminato e condannato a 20 anni di carcere, che sconterà tutti nonostante la sua richiesta di revisione del processo, perché unico indiziato e con prove inconfutabili.

L’unico che gli crede è una guardia carceraria che lo aiuterà negli anni di reclusione a sostenere il peso di una condanna ingiusta e dopo a cercare di ricostruire in qualche modo la sua vita.

Nel frattempo gli anni passano e il caso del serial killer di Hwaesong cade in prescrizione, perché in Corea del Sud per gli omicidi di primo grado la prescrizione era prevista dopo 15 anni, poi portata a 25 nel 2007 e poi eliminata nel 2015, ma non per i casi già chiusi. 

Nel 2009 dopo essersi dichiarato innocente per 20 anni, Yoon Seung Yeo viene liberato per fine pena e si ritrova senza 20 anni di vita in una Corea che detta da lui:” Nel 2009 vivo ancora nella Corea degli anni ’80, non so cosa comprare nei supermercati e come vivere”.

Nel 2019 accade l’inimmaginabile: il vero assassino confessa. Non è più processabile perché il caso è caduto in prescrizione, ma visto l’impatto che questo caso ha avuto a livello sociale, non è mai stato dimenticato e sono state fatte ulteriori analisi dalle quali è emerso un nome: Lee Chung Jae, un uomo che in quel momento è nel centro di detenzione di Suwon con una condanna a vita per aver violentato e ucciso sua cognata. È nato e cresciuto nella zona, una vita apparentemente normale, si allontana solo per il militare dal 1983 al 1985, anno in cui iniziano le denunce di violenza sessuale. Si sposa nel 1991, anno in cui cessano gli omicidi e si scopre anche essere stato in carcere per furto nel 1989 con una condanna ad un anno e sei mesi, esattamente il tempo della pausa degli omicidi che prima vi dissi ti tenere a mente.

Messo alle strette con troppe evidenze, confessa e non solo confessa i 10 casi a lui fatti risalire, ma ne confessa altri 4 compreso quello per cui Yoon Seung Yeo ha scontato 20 anni di carcere da innocente e confessa con dei dettagli tanto chiari e precisi che non lascia nessun dubbio.

Il caso di Yoon Seung Yeo viene riaperto e nel processo emerge tutto quello che la polizia ha fatto per ottenere quella confessione necessaria, dalla tortura alla fabbricazione di prove false come i capelli analizzati. Anche il risultato del DNA viene completamente ribaltato perché non era un tipo O, ma era un tipo B esattamente come tutti gli altri prima di allora analizzati.

Insomma serviva un colpevole per almeno uno dei casi e hanno fatto in modo di averlo.

Nel 2020 Yoon Seung Yeo viene completamente scagionato da ogni accusa, riceve un risarcimento e 8 persone coinvolte nel caso tra cui poliziotti e procuratori vengono arrestati con l’accusa di abuso di potere e fabbricazione di prove false.

In tutto questo è vero che Lee Chung Jae è in carcere, ma certo non si può dire “ CASO RISOLTO”.

Le trasposizioni cinematografiche e televisive su questo caso negli anni sono tante, tutte precedenti a queste nuove rivelazioni ed è interessante vedere come hanno avuto approcci anche molto diversi.

Tra queste ci sono dei veri capolavori come “ Memorie di un assassino” di Bong Joon Ho del 2003 forse il più fedele e accurato con un finale aperto che che fa venire i brividi. L’accuratezza di questo lavoro pazzesco è in molti dettagli e in particolare nell’esporre l’inadeguatezza di un sistema acerbo, grezzo e corrotto che danneggia le scene del crimine e vaga nel buio più totale affrontando solo molto dopo la pena del rimpianto. Ma sinceramente mi sembra anche assurdo stare qui a parlarvi di un film che sicuramente avrete visto e se per caso non lo avete fatto COSA STATE ASPETTANDO?

Altro film è “Confession of a murder” del 2012 che si discosta molto dal primo citato, ma anche questo in generale molto apprezzato, ha ricevuto diversi premi tra cui miglior sceneggiatura e miglior regia.

Anche questo come tutti i titoli di cui parliamo con il senno di poi fa venire un po’ i brividi.

Immaginatevi il serial killer che solo dopo la prescrizione del caso decide di non reggere più la pressione e di confessare scrivendo un libro con tutti i dettagli degli omicidi da lui commessi e creando un caso mediatico senza precedenti. Ecco è quello che succede in questo film. Aggiungete una situazione che esplode nella totale follia tra la disperazione delle famiglie, un ispettore la cui vita è stata rovinata dall’assassino, giornalisti alla ricerca dello scoop e un fandom che si crea attorno al carnefice, condite tutto con molta azione, scene velocissime, inquadrature tremanti e soffocanti e avrete “confession of a murder”. Devo dire però che non mi ha conquistata come “memorie di un assassino” perché secondo me manca di oggettività, è molto romanzato, ma non abbastanza da essere brillante, i dialoghi sono un po’ banali e a volte  forzati. Comunque è interessante, quanto meno per rendersi conto delle varie interpretazioni come dicevo prima.

Passando ai drama partiamo dal più recente che è “Tunnel”.

La scelta di inserire l’elemento sci-fi a me non è dispiaciuto a dire il vero, da una visione diversa dalle precedenti, non è il mio preferito dei tre drama di cui parleremo, ma è piacevole.

Un detective che sta indagando sui casi di Hwaesong viene trasportato nel futuro. Anche in questa nuova realtà è un detective e il suo scopo diventa quello di catturare l’assassino che non è mai stato catturato e ritornare nella sua linea temporale.

Se vi aspettate il dramma perfetto rimarrete delusi, ma se lo guardate con il giusto sguardo è davvero gradevole e spezza i ritmi tiratissimi con elementi comici creati dalle circostanze temporali.

Il secondo è il più vecchio del terzetto ovvero “Gap Dong” del 2014 di cui ho rivisto qualche episodio dopo tanto per preparare l’articolo e devo dire con mio immenso dispiacere che non è invecchiato benissimo. Ai tempi mi piacque molto. Ricordo mi mise molta ansia e lo guardai con piacere, ma adesso ho riscontrato diversi clichè che, per come ci hanno abituati i drama degli ultimi tempi, sono un po’ fastidiosi.

In questo caso la formula è più classica ci sono sbalzi temporali che intrecciano nuovi casi di omicidio a quelli vecchi e che creano dinamiche in cui i personaggio di vent’anni prima si ritroveranno nel presente a rivivere situazioni e cercare di risolverle.

Io fossi in voi uno sguardo lo darei perché è stato il primo, ma tenete presente che alcune cose probabilmente vi faranno storcere il naso.

L’ultimo è il vero gioiello, sicuramente il meglio scritto, interpretato, sviluppato e riuscito.

“Signal” del 2016. Io, però, non vorrei dirvi praticamente nulla per non rovinarvi la visione, perché è un drama da costruire in corso, i pezzetti vi vengono consegnati con molta cura episodio dopo episodio e davvero ogni mia parola potrebbe togliervi il piacere di ricostruire le dinamiche. Anche qui si gioca sul tempo e su collaborazioni inaspettate in modo per me impeccabile, è bellissimo, accattivante, emozionante con un cast pazzesco che vede tra i protagonisti Kim Hye Soo e Jo Jin Woong. Piangerete e salterete sulla punta della poltrona. 

Con questo spero di avervi detto qualcosina che non sapevate già e come sempre vi ringrazio se con molta pazienza siete arrivati fino a qui.

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