Kim Maria: “Ho sposato l’indipendenza coreana”

Anche quest’anno in occasione del giorno alla memoria del 3.1절, ovvero il movimento del 1 marzo 1919 e della resistenza coreana al dominio giapponese, aggiungiamo un pezzetto alla ricostruzione della storia e anche quest’anno lo facciamo ricordando chi ha contribuito alla lotta e alla difesa dell’identità coreana. 

L’anno scorso abbiamo parlato della dichiarazione d’indipendenza divulgata il 1 marzo 1919 nel parco Tapgol e delle mani che l’hanno scritta, (vi lascio il link all’articolo https://wordpress.com/post/hyangaksoul.com/603 )

Quest’anno ci ricolleghiamo alla dichiarazione d’indipendenza, ma non esattamente la stessa, bensì quella precedente, che in qualche modo diede l’esempio e ne segnò il percorso e che influenzò anche la nascita del governo provvisorio coreano a Shanghai. È la dichiarazione dell’8 febbraio 1919 che vede la luce a Tokyo per mano degli studenti coreani in giappone, sulla scia del principio di autodeterminazione nazionale di Woodrow Wilson che nel suo “Fourteen Points” dichiarava: “ogni nazione dovrebbe determinare il proprio destino”. La Corea era dunque pronta a far suo quello stesso principio. La dichiarazione d’indipendenza di febbraio, scritta sia in coreano che in inglese, viene condivisa da centinaia di studenti coreani durante una manifestazione per diffonderne il contenuto ed esternare la volontà di resistere all’occupazione giapponese che senza troppe remore mirava a cancellare l’identità del popolo coreano. Tra questi 600 studenti ce n’è una in particolare di cui mi piacerebbe parlarvi oggi e non solo perché è stata un’attivista che ha dedicato la vita alla lotta per la libertà della sua patria, ma perché fu l’attivista che materialmente ha portato dal Giappone alla Corea 10 copie di quella dichiarazione d’indipendenza, ma andiamo con ordine.

Kim Maria nasce nel 1892 a Hwanghae in una famiglia benestante che le fa respirare fin da piccola la cultura e soprattutto il patriottismo. Una famiglia di illuminati che tanto aveva a cuore l’istruzione nazionale, nella quale lei cresce in modo molto naturale formando il suo pensiero. Il nome Kim Maria deriva dal credo protestante del padre, ma quello che questo nome rappresenta oggi è un simbolo, una donna che ha contribuito a formare lo spirito del movimento indipendentista e ad estendere questo spirito soprattutto alle donne. Questo è un concetto che voglio sottolineare perché il contributo che in questo senso diede Kim Maria è fondamentale. Una donna che ha partecipato attivamente a questioni anche politiche, questioni che per natura sociale escludevano le donne in una cultura fortemente influenzata dai principi del confucianesimo. Le donne mancavano di autodeterminazione e soprattutto di indipendenza. Come spesso abbiamo detto il ruolo della donna era quello di angelo del focolare, ogni sorta di attività che non riguardasse la cura della famiglia era affare degli uomini. Questo era inaccettabile per Kim Maria che sottolineava il diritto, ma anche il dovere delle donne coreane in quanto individui appartenenti alla società coreana e che in egual misura subivano il peso dell’oppressione giapponese, a manifestare la loro appartenenza e il desiderio di libertà che non poteva assolutamente riguardare genere o ruolo sociale.

Capite quindi che il lavoro e la fatica era doppia, lottare per la difesa della propria identità in quanto coreana e poi in quanto donna coreana in una società che non prevedeva la sua presenza in prima linea.

Come spesso accadeva agli studenti in quegli anni, si trasferì in Giappone per proseguire gli studi. In lei, però, era molto forte non solo la voglia di studiare, ma anche quella di portare l’anima patriottica tra gli studenti coreani fuori dalla patria, per far si che crescesse la condivisione di uno scopo, la visione di una resistenza condivisa. 

Nel 1917 viene eletta presidentessa dell’associazione studentesse in Giappone dalla quale nasce anche una rivista per divulgare il senso di appartenenza e aumentare la consapevolezza nelle donne.

Inizia a raccogliere fondi per la preparazione della dichiarazione d’indipendenza dell’8 febbraio e ad armare le donne con la conoscenza. Urla il suo disprezzo per la politica coloniale giapponese e viene arrestata una prima volta. Dopo ore di interrogatorio viene rilasciata e la sua immediata reazione invece di essere la paura, è la convinzione che quella dichiarazione dovesse arrivare a tutti i costi in Corea. Ne prepara 10 copie, indossa un kimono giapponese e sotto la larga fascia che le circonda la vita nasconde queste copie, imbarcandosi per la Corea. 

dichiarazione d’indipendenza
8 febbraio 1919

Così la dichiarazione il 17 febbraio arriva a Busan e tra le mani degli attivisti in patria contribuisce ad aprire la strada al movimento del 1 marzo. Lei stessa partecipa al movimento, che come sappiamo viene brutalmente represso nella violenza (vi lascio il link al mio vecchio articolo per approfondire il contesto storico e gli eventi che hanno dato vita al movimento del 1 marzo https://wordpress.com/post/hyangaksoul.com/319) e subito dopo arriva il secondo arresto, decisamente più duro perché riconosciuta come una dei leader del movimento. Le torture che subisce sono pesantissime e danneggeranno in modo irreversibile la sua salute. Viene portata nella prigione di Seodaemun (la prigione in cui venivano rinchiusi attivisti e i rivoluzionari) con l’accusa di aver violato la legge sulla sicurezza nazionale, ma nell’agosto di quello stesso anno viene rilasciata per mancanza di prove. 

Il suo fisico è stato messo a dura prova, ma non la sua mente e una volta libera ricomincia la battaglia. Prende in mano le attività dell’associazione donne patriote coreane crea 15 avamposti  nelle varie provincie e raduna più di 2000 donne. Continua anche la raccolta fondi per finanziare il governo provvisorio, ma a causa di un tradimento viene arrestata per la terza volta, torturata e rinchiusa nuovamente.

La sua salute è così danneggiata che dopo 5 mesi viene rilasciata per malattia. Accompagnata a Shanghai dove chiede asilo, cerca di rimettersi in forze quanto più possibile e riprende a lavorare per quella che ormai è l’unico scopo della sia vita, la libertà del suo paese, un desiderio così viscerale che lei stessa dichiara: “Ho sposato l’indipendenza coreana”.

Prova a mantenere insieme il governo provvisorio, che era stato creato a Shanghai per cercare di formare un organo in grado di riprendersi il controllo della Corea. Kim Maria propone riforme e cerca di trovare un punto d’incontro tra le diverse visioni delle parti costituenti (le cui dinamiche approfondiremo in un secondo momento perché molte e complesse), ma nonostante gli sforzi, il congresso nazionale dei rappresentanti del popolo decide di smantellare il governo per riformarlo.

A quel punto Kim Maria, delusa dalla situazione a Shanghai, parte per gli Stati Uniti e lì continua il lavoro di divulgazione per cercare quanto più possibile di istruire sulla situazione in patria. Crea anche negli Stati Uniti un movimento indipendentista rivolto alle donne coreane e porta avanti ricerche per promuovere la causa della liberazione nazionale anche per mano delle donne.

Nel 1932 torna in Corea forte del bagaglio di esperienza, ma viene immediatamente bloccata e tenuta sotto strettissimo controllo dalle autorità giapponesi.

Si dedicata dunque all’insegnamento, non abbandonando mai il suo obiettivo. Le torture che ha subito negli anni hanno deteriorato la sua salute a tal punto da portarla alla morte e per un maledetto scherzo del destino, dopo anni di lotte e prigionia, muore nel 1944, un anno prima, uno solo, della liberazione della Corea dall’imperialismo giapponese, liberazione che non vedrà mai. Poi certo la Corea non ha assaporato davvero la libertà per molti anni ancora, ma quella è un’altra storia.

Quello di Kim Maria è uno di quei nomi che nonostante la partecipazione attiva e il sacrificio per l’indipendenza coreana, è rimasto un po’ più nascosto nell’ombra della storia. Ma la storia sappiamo bene non riesce mai a nascondere davvero, perché chi ne scrive le pagine lascia i segni e anche un sibilo riecheggerà in eterno.

                                                                   Manse!

 “Anche noi mogli siamo parte del popolo. Verso il recupero dei diritti umani e nazionali dobbiamo andare avanti senza indietreggiare. Vi chiedo di essere donne coraggiose e ad unirvi a questa causa per la libertà” (Kim Maria)

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