Mentre a Gwangju…dopo Gwangju

La mia passione per la storia e soprattutto per la storia coreana si autoalimenta da anni e la mia voglia di provare a darvi qualche approfondimento mi stimola ad andare sempre più a fondo, ma ci sono argomenti che studio e ristudio e per i quali non riesco mai a contenere l’emozione. Quello che si ricorda oggi, 18 maggio, è uno di questi, non credo mi abituerò mai a parlarne senza sentire lo stomaco chiudersi in una morsa. 

Di quello che è stato ed è passato alla storia come il massacro di Gwangju scrissi un lungo articolo qui sul blog un paio di anni fa. Una lunga disamina dei fatti, del contesto e di ciò che l’ha preceduto per capire meglio come quei maledettissimi dieci giorni di maggio del 1980 abbiano inesorabilmente segnato una pagina che non potrà mai, nonostante i tentativi di nasconderla, essere dimenticata.

Quindi, se ancora non avete letto quell’articolo vi consiglio di chiudere questo e recuperarlo, perché oggi faccio un passo in avanti e vi parlo di altri fatti, di altre vite spezzate, dopo il 1980, che hanno cercato disperatamente di far emergere la verità sulla rivolta di Gwangju affogata nel sangue. 

Sì, perché fino alla prima inchiesta sui fatti del 1988, altre vittime vanno ricordate, quelle che hanno combattuto contro l’oppressione del regime militare e la volontà prima di nascondere e poi minimizzare un’azione militare assolutamente organizzata e approvata dalle forze americane, contro i civili in una Gwangju blindata.

Nell’articolo trovate anche una lista di film e di libri a tema.

Qualche tempo fa ho avuto modo di guardare uno speciale della MBC uscito proprio in occasione di un anniversario del 18 maggio e parlava appunto di cosa è accaduto dopo i fatti di Gwangju e di alcuni nomi di cui mi piacerebbe parlarvi oggi.

Mi perdonerete se a volte il racconto risulterà crudo, ma non credo ci sia un modo diverso per parlarne o meglio non credo sia giusto.

Partiamo proprio dal 1980, è il 30 maggio e sono le 17.00 a Seoul quando improvvisamente si sente un gran tonfo e decine e decine di fogli di carta cadono disordinatamente, svolazzando tra le urla delle persone che hanno visto la causa di quel tonfo. Sulla strada ci sono due carri armati e non è per nulla strano visti i tempi. A terra giace un corpo. Kim Ui Gi si è gettato con tutti suoi volantini dal sesto piano schiantandosi al suolo esattamente tra i due carri armati.

Tutto accade in pochi secondi e quando viene soccorso è già incosciente. I volantini attorno a lui e sparsi per tutta la strada sono la sua ultima volontà, è una lettera intitolata “동포에게 드리는 글 ( una lettera ai connazionali)  e sotto:

“Mio concittadino cosa stiamo facendo? Mio concittadino cosa stai facendo? Cosa stiamo facendo?”. Un urlo disperato, una richiesta di attenzione estrema mentre tutto attorno ignorava quello che fino a tre giorni prima era accaduto a Gwangju.

Kim Ui Gi era uno studente dell’università Sogang, attivista molto attento e coinvolto nelle questioni rurali e nei problemi della vita e del lavoro in campagna. Il suo obiettivo era quello di creare un movimento in difesa dei diritti dei lavoratori nelle difficili situazioni fuori dalla città.

Il suo impegno era totalizzante, sicurissimo del percorso che voleva portare avanti, non perdeva occasione di spostarsi nelle varie zone per valutare e poi sensibilizzare l’opinione pubblica su queste realtà. Raccogliere testimonianze e informare, creare alternative, migliorare le condizioni di vita e di lavoro. Una visione estremamente attenta, senza mezzi termini in un periodo in cui la libertà di parola era un miraggio. I suoi ideali li esprimeva anche nel quotidiano, nelle piccole cose comuni che per lui diventavano messaggi politici, come il rifiuto di indossare abiti eleganti anche nelle situazioni in cui una “corretta” condotta sociale lo avrebbe richiesto perché: ”l’avidità genera avidità e ispira la disonestà”. Non si fermava mai Kim Ui Gi e neanche a maggio del 1980, quando decide di partire e prendere parte alla commemorazione per l’anniversario della rivolta delle patate dolci di Hampyeong. Una protesta dei coltivatori di Hampyeong portata avanti tra il 1976 e il 1978 con l’apice nel maggio 1977 proprio a Gwangju nella chiesa Kyerimdong, in cui gli agricoltori in massa si sono riuniti per chiedere un risarcimento al governo per i danni ai raccolti di patate dolci, per chiedere prezzi adeguati e riforme democratiche per il settore agrario sfruttato e non pagato adeguatamente, riuscendo ad ottenere qualche piccolo risultato dopo aver completamente bloccato le strade locali e statali riversandovi quantità enormi di patate dolci.

Kim Ui Gi tra il 18 e il 19 maggio del 1980 si deve si incontrare a Gwangju con gli altri attivisti, ma quando arriva si rende subito conto di quello che sta per accadere, capisce che la manifestazione organizzata dagli studenti che si ribellano alla legge marziale chiedendo un governo democratico, non finirà bene e non finirà quel giorno, i militari sono armati e stanno chiudendo tutto. Decide di uscire dalla città quanto prima per informare su quello che sta accadendo e bloccare così l’isolamento imminente. Arrivato a Seoul però il suo tentativo va a vuoto, nessuno capisce, le sue sono solo le parole di uno studente attivista magari anche fannullone, le tv non ne parlano i giornali tanto meno, quindi non sta accadendo nulla.

A quel punto l’unica cosa da fare è tornare indietro e procurarsi delle prove effettive. Riesce a rientrare a Gwangju il 26 maggio dopo aver camminato per giorni nelle montagne circostanti perché le vie principali sono tutte bloccate dai militari. Raccoglie tutto quello che riesce, ma non è facile perché nel frattempo sono entrati i carri armati e la violenza è ferocissima. 

La rivolta si conclude con un numero di vittime ancora non chiarito e la giustificazione del governo  che “eroicamente” aveva agito per bloccare un attacco di spie armate comuniste del nord.

Non si da pace Kim Ui Gi, non riesce a capire come sia stato possibile e come sia possibile che i media non stiano divulgando i fatti gravissimi, quelli reali quanto meno.

Le conseguenze per lui saranno estreme, per attirare l’attenzione e dimostrare l’autenticità delle sue testimonianze scrive dei volantini e si getta nel vuoto. Il risultato fu un trafiletto su un paio di giornali, velate minacce a chi avrebbe partecipato al suo funerale perché dissidente filo comunista.

Dieci giorni dopo la morte di Kim Ui Gi la strada che porta alla Ewha University è piena del via vai quotidiano di studentesse e lavoratori, tutto pare normale. Improvvisamente un farmacista nei pressi dell’università vede divampare delle fiamme. A prendere fuoco è un operaio di ventidue anni che si è cosparso di materiale infiammabile. A nulla servirà l’intervento del farmacista con l’estintore.

C’è una chiesa in zona, la Seongnam, in cui si ritrovano studenti e operai per discutere, mettere a punto idee e azioni, scrivere volantini e organizzare manifestazioni. Ma non solo, in quella chiesa sono organizzati corsi per permettere un’istruzione a chi ha difficoltà e tra gli studenti c’era Kim Jong Tae, un giovane operaio che sognava l’istruzione come forma di resistenza, un sapere che potesse aiutare a cambiare qualcosa in quella società in cui era difficile trovare il proprio posto e in cui il silenzio e l’obbedienza erano i principi fondamentali.

immagine della MBC, scritti di Kim Jong Tae

Nei giorni di maggio in cui Kim Ui Gi e altri testimoni si affannano per far emergere la violenza in atto a Gwangju e mentre questi stessi vengono costantemente screditati e messi a tacere, Kim Jong Tae a quelle parole ci crede perché ha imparato subito a capire di che cosa è capace il potere militare di Chun Doo Hwan. Parte per Gwangju e quello che vede è uno scenario che va addirittura oltre quello che aveva immaginato. Inizialmente anche lui sceglie la via dei volantini che scrive a mano e infila nei libri più venduti in tutte le più grandi librerie di Seoul, spera così di farli circolare, ma sulla scia di Kim Ui Gi decide di immolare la sua vita per la verità, convinto che un altro atto del genere avrebbe mosso l’opinione pubblica. Anche in questo caso tutto ciò che rimane è il dolore di chi gli era accanto e una frase finita per sbaglio sul giornale

Immagine della MBC la tomba di Kim Jong Tae

Un anno dopo, il 18 maggio 1981, gli studenti della Seoul National University commemorano il massacro di Gwangju e chiedono giustizia per un loro collega  Kim Tae Hun che poco prima si è buttato dal quarto piano gridando per tre volte “전두환 물러나라!” (fai un passo indietro Chun Doo Hwan) prima di schiantarsi nel piazzale della biblioteca del campus. Era nato e cresciuto a Gwangju e il ricordo di quei giorni non ha smesso di tormentarlo fino a non sopportarlo più.

Facciamo un salto di un altro anno e arriviamo al 1982 nello stesso luogo, la Seoul National University, è il 12 maggio l’anniversario del 18 si avvicina e un gruppo di quattro studenti è seduto a terra in una stanza del dormitorio. Stanno scrivendo una dichiarazione, l’ennesima testimonianza con lo scopo di dimostrare il reale stato dei fatti e ostacolare la continua volontà governativa di insabbiare e lasciar emergere solo i dettagli che servono a solidificare il potere.

L’obiettivo è quello di organizzare una protesta in cui leggere e distribuire la dichiarazione che riporta fatti e dati stimati. I quattro studenti vengono arrestati e quello che emerge sulla stampa è qualche anonima battuta tra gli altri articoli che riporta: ”교내시위 준비하던 서울대생 4명 구속” (quattro studenti della Seoul National University sono stati arrestati per aver pianificato una protesta). Inutile dire che la notizia è stata dimenticata in un attimo, ma ai quattro studenti è stato fatto fatto un processo nel quale sono stati dichiarati colpevoli di avere intenti anti governativi e di istigare gli altri studenti alla dissidenza. La condanna è di un anno e sei mesi, dai quali nessuno di loro uscirà illeso, anzi qualcuno non ne uscirà proprio. Gli interrogatori negli anni’80 erano brutali, soprattutto con queste accuse. Le conseguenze furono terribili: tre subirono danni psicologici molto gravi, due arrivando addirittura a suicidarsi. Il quarto ragazzo è sopravvissuto, ha testimoniato successivamente, ma solo molto dopo insieme ai famigliari delle vittime è riuscito a parlare apertamente di quello che era successo.

immagine della MBC pagina del giornale che riporta l’arresto dei quattro studenti della SNU

L’ultimo salto lo faccio nel 1986  in un centro di addestramento militare di Anyang.

Un soldato di trentatré anni, insieme ai suoi commilitoni sta ascoltando un ufficiale tenere il suo discorso con alle spalle appesa in bella vista la foto del presidente Chun Doo Hwan. Il discorso è un encomio alla grandezza del governo militare e alle prodezze di Chun in termini di sicurezza della nazione, proprio come a Gwangju nel 1980.

Ascoltando quelle parole, il soldato si alza urlando contrariato, prende la foto del presidente Chun la butta a terra e la calpesta distruggendola, viene immediatamente bloccato e dopo essere stato portato via con la forza i suoi compagni non lo vedranno mai più in vita. 

È stato picchiato a tal punto che gli organi iniziarono a cedere. Morirà dopo tre giorni e verrà restituito alla famiglia cremato.

Mi fermo, perché mi rendo conto che arrivare a leggere fino a qui non sia stato facile, io stessa scrivendo mi sono dovuta fermare più volte, di tanto in tanto ho pensato di scrivere la recensione di un qualche racconto, ma questa non è narrativa è Storia, una storia agghiacciante che a distanza di tempo è riuscita ad arrivare realmente allo sguardo del mondo con estrema fatica e mai del tutto, grazie allo sforzo dei testimoni, alla loro lotta e al loro sacrificio insieme alle riprese del giornalista Hinzpeter che ha sfidato il potere e la sorte per raccontare al mondo cosa stava succedendo in quei giorni di maggio e così dare anche un minimo di amaro riscatto non solo alle vittime dirette del massacro di Gwangju, ma anche a quelle che ne sono seguite e che è doveroso ricordare.

Remember Gwangju! 

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