Manse!

Quella del Samiljeol (삼일절), il giorno del movimento per l’indipendenza coreana, è sicuramente una delle ricorrenze del calendario più sentite e senza dubbio è il movimento più rappresentativo sia per l’enorme impatto che ha avuto sulle persone, a quell’epoca e in quelle a venire, che per i metodi assolutamente inediti della protesta portata avanti dal movimento, ovvero una rivoluzione pacifica e completamente disarmata. uniche armi consentite erano la bandiera coreana e la voce, forte, fortissima, il più forte possibile.

Quello che è questo movimento è riportato in moltissimi libri e fonti e quello che piacerebbe fare a me oggi è parlare di qualcosa nella specifico. Questa rivolta ha fatto la storia, ma la storia è fatta da persone, tante persone che con le loro gesta la segnano. Questo è il caso di una giovane donna, una ragazza neanche diciottenne che quella bandiera l’ha stretta forte e la voce l’ha usata fino a quando gli è stata spenta insieme alla sua vita. Il suo nome è Yu Gwan Sun colei che adesso viene ricordata come la Giovanna d’Arco coreana. Purtroppo a differenza di Giovanna d’Arco il materiale a disposizione su questa giovane fanciulla è limitato e moltissimi storici e studiosi, con non poca fatica, hanno cercato negli anni di ricostruirne la figura, recuperando documenti, ma soprattutto rintracciando le persone ancora in vita, anche se molto anziane, che l’hanno conosciuta e che con lei hanno condiviso una parte della vita e quei momenti di tumulto.

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Ma prima una piccola introduzione è doverosa, quanto meno per contestualizzare il discorso.

Siamo agli albori del novecento, quando esplode la guerra Russo Giapponese per il controllo di alcune zone dell’Asia. Il Giappone ha sempre creduto molto nel potere di un grande esercito, seguendo il principio che per costruire una grande nazione è necessario un grande esercito. Proprio questa grande convinzione e fortissimo principio ha spinto l’impero a porsi come aggressore verso la conquista. Ricordiamoci che il territorio del Giappone è molto piccolo, quindi non poteva certo far forza sulla quantità. E nel 1904, contro ogni aspettativa, il piccolo Giappone sconfigge una potenza globale come la Russia e uno dei trofei per i vincitori fu la Corea. Nel 1910 viene annessa al Giappone e tutto quello che ne consegue è la storia del colonialismo, tra repressioni e e imposizioni. Ma io adesso voglio fare un saltino in avanti e arrivare al 22 gennaio del 1919, anno in cui l’ultimo Re coreano, Re Gojong, muore. La notizia corre velocemente lungo le strade e con essa il sospetto: ” Non c’è dubbio, il Re è stato assassinato, è morto per avvelenamento per mano dei giapponesi e così eliminare l’ultimo grande ostacolo al controllo totale. Sicuramente è andata così perché proprio ieri lo hanno vista in ottima salute”. Questo grandissimo sospetto che diventa accusa certa, continua durante i funerali del Re e mentre dall’altra parte del mondo il presidente Wilson fa il suo discorso, dichiarando che: “Ogni nazione dovrebbe determinare il proprio destino”, la Corea si prepara a insorgere per rivendicare lo stesso principio, ma lo vuole fare in modo completamente inusuale, forse per spiazzare l’invasore, ovvero senza armi. Rivolta rumorosa e non violenta a cui avrebbero partecipato tutti: uomini, donne, bambini, anziani, studenti e studentesse con i loro bianchi jeogori, sventolando la bandiera coreana (ovviamente proibitissima in quegli anni) e gridando quello che sarebbe diventato un vero inno: ” 대한독립 만세” Viva l’indipendenza della Corea! Leggendo, inoltre, la dichiarazione di indipendenza scritta da 33 attivisti.

Tra le fila dei protagonisti di questa rivoluzione io volevo tributare questa ragazzina, Yu Gwan Sun, nata nel 1902 a Jiryeong ri (odierna Yongdu) che era un piccolo villaggio all’estrema periferia di Seoul. La sua era una famiglia di contadini ( la comune attività delle famiglie dei villaggi). La ragazza, studiosa e piuttosto abile riesce ad entrare in una università metodista di Seoul (Ewha Womans University, tutt’oggi esistente e visitabile).

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le sue compagne, trovate e ascoltate dagli studiosi, la descrivono come una ragazza determinata e molto intelligente e proprio una di queste, ormai anziane donne, racconta di come crearono le bandiere da portare in rivolta: con delle pezze e utilizzando delle ciotole per tracciare il Taeguk al centro per poi dipingerlo di rosso e blu. Riuscirono a farne circa 70 da distribuire. Un’altra curiosità racconta da un pastore della chiesa, è che le studentesse avevano facile accesso alla chiesa e alcune di loro per sfuggire agli occhi dei giapponesi si nascondevano all’interno della struttura dell’organo dove sarebbero nati anche molti dei volantini poi distribuiti tra la gente.

Quando i giapponesi chiusero le scuole coreane, Yu Gwan Sun decise di ritornare al suo villaggio e cercare di sostenere la rivolta da li. Così fece il giro a piedi di 24 villaggi spiegando la situazione, distribuendo volanti inneggianti all’indipendenza e cercando di unire più persone possibili da portare alla manifestazione fissata per il 1 Marzo. Si diresse così nell’area del mercato Awaneu guidando, con i suoi diciotto anni e la bandiera tra le mani, una schiera di dimostranti dei villaggi periferici.

All’arrivo della polizia e l’esercito cominciò il massacro, si parla di 7500 morti, 15000 feriti e 46000 arresti. Lei cercò di sfuggire all’arresto cambiandosi di abito, ma con lei c’era la sua famiglia quindi rimase per un po’ nel vicinato. L’ esercito aveva già iniziato a dar fuoco alle case dei villaggi e così lei venne arrestata e le sua famiglia perse la vita. la portarono inizialmente alla stazione di polizia dove fu processata e condannata a 7 anni di reclusione nella prigione di Seodaemun (che è diventata un pò il simbolo delle brutalità dell’impero giapponese e anche queste ora visitabili).

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Quello che donò il suo nome alla storia, oltre all’attivismo durante la rivolta è la grande dedizione alla causa che ha portato con se in prigione, continuando le proteste per l’indipendenza. Organizzando anche una rivolta, con le altre prigioniere urlando lo slogan della manifestazione, esattamente un anno dopo: il 1 marzo del 1920. Ad ogni sua protesta seguivano regolarmente violenze e torture che la uccisero, dopo poco più di un anno di detenzione, il 12 ottobre del 1920. Il corpo venne portato dopo moltissime richieste e minacce all’università, luogo che lei ha amato tanto e nella quale tornò quasi irriconoscibile.

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Purtroppo questa è una storia che non ha avuto lieto fine, la rivolta venne repressa e la libertà non arrivò fino al 1945, ma il sacrificio di questa ragazzina viene ricordato ancora con grande rispetto nei luoghi e nei monumenti a lei dedicati e nel 1962 gli fu insignita un’onorificenza per aver contribuito alla nascita dell’ attuale Corea. Infine nel 2019 è uscito un film “A Resistance” diretto da Joe Min ho in cui si raccontano gli ultimi anni della breve vita di una eroina moderna, nel film interpretata da Go Ah Sung.

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“Potete strappare le unghie dalla mie mani, tagliare il mio naso e le mie orecchie, rompere le mie mani e le mie gambe. Posso sopportare il dolore, ma non di perdere il mio Paese. La mia sola tristezza è che ho solo una vita da offrire al mio Paese”

– Yu Gwan Sun –

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